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14 Apr

Il rapporto con l’ex

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C’è chi vive tragedie greche quando lo incontra casualmente, chi gli fa telefonate infinite a chiacchierare del più e del meno come fosse un amico di vecchia data, chi non vuole vedere, non vuole sapere nulla di lui e lo evita come la peste, chi lo scanna ogni volta che può, rivangando il passato anche 5 anni dopo, chi l’ha eletto a fratello a cui confidare tutto.

Quando si parla di ex è tutto molto soggettivo e non è mai facile. Perché quando ci si lascia e le strade si diversificano, che sia finita bene o che sia finita male, si vive sempre un abbandono, un lutto. I tempi e i modi in cui si rielabora sono personali, certo il principio è che, con quella persona con cui hai condiviso un pezzo della tua vita e che di quel pezzo di vita sapeva tutto, non andrà avanti con te, non accompagnerà nella stessa maniera, con lo stesso ruolo, il resto della tua vita.

Sono sempre molto incuriosita dall’atteggiamento che prende forma nell’incontro casuale con l’ex, studio tutte le mosse delle mie amiche per valutare cosa stiano provando in quel preciso momento e, ovviamente, lo faccio anche con me stessa, non potrei esimermi da questo curioso momento della vita. Poi guardo gli ex, gli uomini, loro sono incredibili, in quel momento anche il più sensibile e trasparente dei soggetti riesce a diventare il genio del bluff. Non si può negare, gli uomini sono molto più capaci di dissimulare rispetto a noi donne i fiumi di emozioni incontenibili.

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Non prenderò in considerazione il caso ex = amicone, perché non lo concepisco, anzi penso che chi è rimasto così legato non voglia ammettere un sentimento ancora vivo o la voglia di essere una vittima e carnefice di una relazione ormai logora. Per i casi di distacco più o meno funziona sempre così: ci si vede da lontano o ci si fa un cenno e morta lì, soluzione codarda ma utile, se no, la donna, sempre la donna, si avvicina per salutare educatamente. A quel punto il linguaggio del corpo dice tutto. Lei cammina verso di lui che, piano piano, o si fa più piccolo, o si blocca nella tensione inchiodandosi al terreno o guarda altrove per sottolineare indifferenza. Al momento del contatto fisico dal sorriso sincero si passa ad un sorriso forzato, e nel giro di tre parole “ciao, come va?” lo spirito della conversazione si è fatta greve, pesante e ingestibile. Leggerezza, questa sconosciuta. Ci si guarda poco negli occhi perché non deve trasparire quanto realmente si sta pensando e le domande devono stare sul generico, il più generico possibile, per non cadere nelle trappole del troppo personale, che tanto non c’è più nulla di condiviso. Milioni di ricordi e momenti arrivano al cervello che in quel momento cerca lucidità, capacità di distacco. E ci riesce, non sempre ma ce la fa. E allora scappa quella battutina, quella frecciatina che crea imbarazzo. Gli sguardi si abbassano, qualcuno dei due mostrerà un volto triste, l’altro/a si sentirà di aver fatto la cazzata, ma si sa, quando ci sono in ballo le emozioni si fa sempre casino. La situazione tracolla e gli animi si fanno più combattivi, la maschera accenna un’occhiataccia, un ghigno, si cerca il commiato nel minor tempo possibile e nel modo più dignitoso che si conosca, nella maggior parte dei casi, che il fondo è già troppo vicino.

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L’uomo è quasi sempre passivo, remissivo, non fa domande, non vuole informazioni aggiuntive, sembra implorare in tutte le lingue di essere lasciato in pace, lei quasi sempre lo vuole distruggere. Di parole, di insulti, di domande che non dovrebbero appartenerle, lei è una iena camuffata da coniglietto, lui è un coniglietto a tutti gli effetti, finito nella tana del lupo. Ma tutto questo lui lo sapeva dal primo sguardo tra la folla. Lei entra nel dettaglio, vuole di più, è assetata di informazioni, ha troppe cose da rivangare, cerca chiarezza, un’inutile e sterile chiarezza, lui ha archiviato il dolore, la sconfitta e la delusione senza metabolizzare la storia in ogni suo angolo (beati gli uomini che hanno questo super potere!) e si ritrova in pochi minuti in un rigurgito di inconscio che lo accompagnerà per tutta la notte. Che notte di fuoco povero! Lei sorride ancora, con strafottenza, lui no, lui è ormai in croce, inchiodato alla sua incapacità di reagire. Gli manca solo il sudore che scende dalla fronte. Ma grazie a Dio quando non c’è più niente da dire si apre lo squarcio della libertà.

Il saluto finale non ha certo lo stesso carico di speranza del primo, anzi. Ciascuno raccoglie in saccoccia i propri quesiti e le proprie certezza e ci si secca in parola tipo “buona serata” “stammi bene”. Per i mari di pensieri successivi che annebbiano la testa rimanderei a degli esperti in psicoterapia o a qualche bicchiere di vino. Oppure al prossimo articolo.

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Giorgia Chiampan

Armadi che non bastano più, pensieri che non si fermano mai. Lavora come web editor e digital specialist per brand di moda, beauty e design, le piace un casino ma che fatica star dietro a tutto.

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