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30 Giu

Dignità, questa sconosciuta

THE GIRL WITH A SUITCASE, (aka LA RAGAZZA CON LA VALIGIA), Claudia Cardinale, 1960

Ogni volta che mi trovo a parlare con amiche o conoscenti in merito agli atteggiamenti che teniamo con gli uomini della nostra vita mi viene sempre da pensare: Dignità, questa sconosciuta.

Quante figure di merda ci risparmieremmo se avessimo solo un pochino di amor proprio in più? Tante, ve lo garantisco. Quanti magoni non dovremmo ritrovarci sullo stomaco se, a volte, evitassimo di voler mettere tutti i puntini sulle i. Non è questione di trattenersi, è proprio che certe situazioni, certe risposte, certi atteggiamenti che gli altri tengono nei nostri confronti dovrebbero essere ignorati. Non è soccombere, è farsi scivolare certe cose addosso. La superiorità ripaga alla lunga. Ripaga con gli interessi, sia verso la persona a cui la si dimostra, sia verso se stesse, perché concede di raggiungere un gradino di elevazione rispetto a quella fastidiosa fanghiglia da cui non si riesce più a districarsi se ci si abbassa. E’ un po’ come se fosse una banchina di salvezza che galleggia su una piscina di cacca.

Può capitare a tutti di fare una scenata isterica, una. E’ concessa, è umana, è liberatoria. Può anche starci un monologo tutt’altro che raffinato che prevede colorite espressioni che feriscono come lamette. Uno. Uno solo. Perché poi passate per psicopatiche. Per irrazionali ed esagerate. A cui, in base alla situazione specifica, potreste sembrare: capricciose, viziate, ridicole, imbarazzanti, patetiche, zerbini, succubi, passive, colleriche, irascibili, nevrotiche, maligne, false, perfide. Perché quando si sguazza nello sterco, si assume per osmosi la stessa sostanza in cui ci si crea l’habitat. Altro che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni…”, la realtà è che, se perdiamo il senno, perdiamo la dignità, e quella, non te la restituisce più nessuno.

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Allora, cara amica o conoscente, fai un respiro, due, tre, tutti quelli che ti servono, e razionalizza. Non c’è nulla per cui valga la pena strisciare come vermi, ne inguaiarsi in labirinti senza via d’uscita, ne farsela arrivare fino al collo, che poi il rischio è che qualche schizzo arrivi in bocca e si piglia pure l’escherichia coli.

Bisogna prendere tempo, distaccarsi e cercare di vedersi dall’esterno. Anche perché, quando superiamo quel sottile confine dell’ossessione, della follia e dell’ostinazione, ecco, lì ci imbruttiamo completamente, a 360 gradi, garantisco. Ci vogliamo veramente con gli occhi rossi fuori dalle orbite o scavate e seccate dalle lacrime da mattina a sera? Vogliamo davvero vederci puntare i piedi fuori da una porta chiusa che forse è meglio che non si apra mai più? vogliamo davvero prendere a testate un muro per abbatterlo che poi, una volta crollato non sta proteggendo nulla di valore, nessun castello dorato, nessun giardino segreto? Vogliamo davvero restare in attesa, facendo le ragnatele e raggrinzendoci, di una risposta da una persona che risposte non vuole darcene, mentre dovremmo avere dentro noi stesse le risposte giuste per la nostra vita? Ma veramente vogliamo scardinare tutti i nostri valori, il nostro carattere, il nostro essere per dimostrare quella particolare cosa a qualcun’altro? Ne vale davvero la pena? NO. Senza la dignità, l’identità singola viene cancellata.

E vi lascio con una citazione di un anonimo, che credo faccia al caso di tutte.

“Sapere quando andar via è saggezza.
Essere in grado di farlo è coraggio.
Andare via, a testa alta, è dignità.”

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Giorgia Chiampan

Armadi che non bastano più, pensieri che non si fermano mai. Lavora come web editor e digital specialist per brand di moda, beauty e design, le piace un casino ma che fatica star dietro a tutto.

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